Un nuovo Museo

L’idea originaria è partita da un acquerello che avevo fatto qualche anno fa. Una carcassa di edificio sul quale si innesta un altro edificio. Un disegno che associo ad alcune forme di vita animale, come il paguro e l’attinia. Convivenza e simbiosi di due animali diversi. E’ un tema, quello dell’architettura racchiusa o nascosta, a cui giro intorno da anni e che in questa occasione mi è venuto in soccorso. Di solito faccio molti disegni durante tutto il percorso di avvicinamento all’idea finale che attraverso un’operazione di scrematura, sottrazione e riduzione all’essenziale mi conduce alla soluzione definitiva. Così ho iniziato a vedere quest’idea di architettura a due pezzi, un guscio ed una capanna seminascosta, due figure semplici e complementari. Nient’altro che una compresenza simbiotica di due parti diverse, unite e divise al contempo dal portico della nicchia. Qualcosa che avvolge e protegge parzialmente qualcos’altro, come la casa dentro la casa. Dopo vari anni di mestiere, di pensieri e di applicazioni pratiche di quest’ultimi, si convive col rischio di adagiarsi sulle cose fatte, di autocompiacersi del passato e di ripetersi. Invece, nonostante che un filo conduttore sembra dare continuità ai vari periodi attraversati, ecco come necessità inderogabile la ricerca di nuovi ragionamenti. Ho revisionato parte delle mie convinzioni aggiungendone di nuove. Insomma, con questa costruzione, insieme ad altri progetti recenti è appena iniziata una mia nuova storia.

Mauro Andreini. CENTRO SVSC, Siena

Piazza della Scienza


Mi è sempre molto difficile parlare delle mie motivazioni progettuali, nel raccontarli e rivederli spesso non mi viene alcuna parola sui miei progetti. E così il più delle volte lascio a loro la libertà di esprimersi autonomamente su come e a chi parlare. A quest’ultimi suggerisco un approccio istintivo, così ognuno potrà trovarci quello che meglio crede, senza intermediazioni o condizionamenti. Le poche parole che uso riferendomi alle mie architetture sono da uomo comune, quasi sempre e solo sensazioni ed impressioni che spesso possono non entrarci niente con l’architettura stessa. Come descriverei una festa di paese, un panorama, una gara ciclistica o un film. Da qualche anno ho scelto di vivere una vita artistico- professionale molto ritirata, silenziosa, appartata, per niente mondana, ai limiti del rupestre. Una vita raccolta in poche e semplici cose, senza sgomitare. Io continuo ad andare lento ed in strade secondarie. Mi sono senz’altro chiesto se questo autoisolamento valesse la pena, se mi abbia giovato. Ma non mi rispondo quasi mai, le scelte non concedono rimpianti. E con questa nuova condizione ho iniziato una nuova maniera di fare architettura e scegliendo di volta in volta quali progetti fare, in base al tema, al posto ed alla committenza. Non so se è un miglioramento ma è senz’altro un’evoluzione spontanea, intima e necessaria che mi ha riportato nell’Incanto. Credo che questo sia il progetto che più rappresenta questa mia nuova strada. E continuo a muovermi tra Sintesi e Silenzio.

Mauro Andreini. PIAZZA DELLA SCIENZA, Siena

Il Paesaggio siamo noi

Mauro Andreini. Nuovo insediamento nel paesaggio toscano


L’aspirazione di ogni architettura è quella di diventare paesaggio.

Il paesaggio lo vedo come un insieme di “sottopaesaggi” che si sovrappongono e si stratificano. Non è identificabile nella sola essenza naturalistica o nel panorama, un modo piuttosto pittoresco e limitativo seppur di uso comune. Il paesaggio è percepibile con tutti e cinque i sensi, la vista del naturale e dell’artificiale, l’ascolto dei suoni del vento, dei fiumi e ruscelli, il profumo delle piante e della vegetazione, il tatto delle pietre, il gusto dei sapori del cibo e del vino, la lingua parlata, gli animali, gli umani e poi la sua storia. Tutto il resto lo fa il sesto senso. Il paesaggio lo vedo in continuo movimento, un’entità dinamica impossibile da immobilizzare. La natura e l’architettura sono un processo mai finito e che mai finirà. Anche l’architettura, come la natura, è un organismo vivente disponibile ai cambiamenti e alle trasformazioni, che ha persino la capacità di vivere anche da “morta”, sottoforma di rudere. Le forme e le funzioni sono continuamente sovvertite dal tempo. Credo che l’architettura non debba temere il paesaggio ed il paesaggio non debba temere la buona architettura. La storia ci mostra che tanta buona architettura si è insediata nei luoghi in un rapporto simbiotico e non mimetico, che non si è nascosta per un atto di desistenza dal confronto col paesaggio esistente.

Mauro Andreini. Una nuova borgata rurale in Toscana 

Nuova vita a vecchio capannone


Ci sono artigiani e piccoli imprenditori, forse la maggioranza, del tutto indifferenti all’architettura del loro luogo di lavoro, tanto da considerarla quasi superflua. Ci sono però (e meno male) artigiani e piccoli iimprenditori che dedicano attenzione e cura al loro luogo di lavoro, che non disdegnano la ricerca di qualcosa di diverso, forse di qualità o almeno di decenza estetica della propria fabbrica. Che aspirano ad un’immagine dignitosa e distinguibile del proprio “capannone”. Ho avuto la fortuna di incontrare uno di questi, che guarda oltre l’”utilitas” e che vede la spesa per l’architettura non voluttuosa ma necessaria. Da par mio, mi sono limitato a ristrutturare, ampliare e “ristilizzare” con l’aggiunta di una forma nuova al vecchio capannone. Il nuovo si appiccica al vecchio come un paguro all’attinia. Un volume nuovo per nascondere e convivere con il vecchio. Ma non è la descrizione del progetto che mi interessa in questa sede, lascio a voi ogni personale opinione. Sono dell’idea che – ognuno nel proprio piccolo ambito – potrebbe fare qualcosa per i propri posti di lavoro. E che crescano tanti piccoli Olivetti.

Mauro Andreini. Restyling e ampliamento capannone, Prato

Centro ricettivo polivalente


Proseguo in questa sintesi di “storia per pezzi”. Poi arriverò ai progetti attuali, a quelli inediti e a quelli attualmente in corso. Va da sè che tutto questo lo faccio per quei (pochi o tanti, non so) affezionati che leggono volentieri questi “pezzi di storia in questa storia a pezzi”. Cerco di raccontarvi questa breve storia professionale come racconti del caminetto, augurandomi di non assumere l’atteggiamento da imbonitore, antico vizio di molti architetti autocelebrativi nel descrivere quello che hanno fatto o che fanno. Sono contrario all’enfasi nella nostra professione, come fossimo dei pensatori privilegiati. Mi guardo intorno e vedo persone che fanno altri mestieri, anche più umili forse, e allora mi dico che in fondo il mestiere di architetto è un mestiere come un altro. Forse è un mestiere di poche parole, forse quelle in più sono del tutto superflue. C’è comunque anche chi ama il superfluo, lo rispetto. Quel pochissimo che ho da dire è che in questo progetto ho cercato un possibile futuro immaginato come la tradizione con infinite varianti. Il tutto in forme schematiche, una scarnificazione per arrivare all’osso, dettate da un’operazione di “riduzione all’essenziale”, per cercare forme pure, povere, quasi archetipiche. Sottrarre anziché aggiungere, per ambire all’auspicata semplicità. Non ci sono orpelli decorativi nè virtuosismi. Anche in architettura, come nella vita, vivo una continua lotta tra necessario e superfluo. Finora, ha quasi sempre vinto il necessario.

Mauro Andreini. CENTRO RICETTIVO POLIVALENTE, Firenze

Centro sociale


Immerso in una periferia urbana di palazzoni alti e alternati a palazzi sparsi ma con tanto verde intorno, sembra quasi un fuoriluogo, un oggetto estraneo. E infatti lo è. Ho provato a rapportarmi al contesto ma non ho trovato riferimenti, così sono andato avanti per un’altra strada. E pensare che in quasi tutti i miei progetti ho cercato una relazione d’inserimento analogico o tipologico locale. Ma, forse la coerenza è una virtù (se tale è considerata) che ogni tanto va interrotta. Ho così pensato un tassello nuovo, avulso dall’intorno, seppur destinato all’intorno. E nel pensarlo ho cercato di interpretare, perché ogni atto inventivo è, a idea mia, un’interpretazione rivolta al futuro.   Ho cercato forme schematiche ai limiti dell’elementare e dell’infantile, ripulite da ogni orpello, cose semplici che potessi comprendere io e far comprendere – se possibile – anche agli altri. Qualcosa di riconoscibile che ambisse a reggere meglio il peso del tempo. Poi, alla fine ho cercato quello che ho trovato, il resto è rimasto in mente. Così è nato questo edificio, dove nell’insieme coesistono e si intrecciano gli spazi di preghiera, di aggregazione sociale, di assistenza sociale, di svago, di ritrovo e di divertimento. Come un vecchio oratorio, come un isolato urbano, tutto tra sacro e profano, pronto in ogni momento a cambiare destinazione ed abitanti.  Come un collegamento di fatti singoli, come in un film di Fellini. Come detto tempo fa, mi capita periodicamente di rivedere i miei progetti, anche a distanza di anni, con l’occhio dell’autocritica, ma poi lascio perdere perché in fondo un rimorso o un rimpianto lo si troverebbe sempre. Questo caso specifico, stranamente, non mi ha lasciato particolari “sensi di colpa”, anzi. D’altra parte, in architettura, solo chi non costruisce ha il privilegio di non avere rimorsi.

Mauro Andreini. CENTRO SOCIALE, Bologna

Centro comunitario religioso


Come può un non-credente progettare un luogo di culto, una chiesa ? Come può se non avverte l’esistenza di Dio ? Forse bene, perché l’esistenza di Dio non ha bisogno di manifestarsi in un luogo deputato con determinati caratteri architettonici. Non ha bisogno di una concezione univoca di spazio. Non ha bisogno di un architetto che per forza debba essere credente ed “esperto di chiese”. Basato su questa convinzione non ho mai temuto di affrontare, ogni volta, il tema del “contenitore” del soprannaturale, perché è il soprannaturale che fa il contenitore e non viceversa. Una chiesa, a idea mia, è solo un luogo collettivo dove pregare. Non è la casa di Dio, il quale non credo abbia bisogno di una casa. La sua casa è il mondo. Con questo spirito umano ho cercato la “casa degli uomini” e non la “casa di Dio”. E con questo spirito umano ho progettato questo luogo di culto così come avrei progettato una concessionaria di auto o una sala pubblica di periferia, per come ho cercato lo spazio della preghiera collettiva – avvolto da una forma semplice e riconoscibile – che si presentasse neutro, puro, quasi algido, forse anonimo. Ho cercato il “senza tempo” e “l’invito alla lentezza”. Ho cercato di emulare, perché forse già tutto è stato inventato. Ho cercato di interpretare, perché ogni atto è un’interpretazione. Ho cercato la semplice decenza, frutto del mio lapis del silenzio.

Mauro Andreini. CENTRO COMUNITARIO RELIGIOSO, Firenze

Pezzi di paese


Sul finire degli anni ’90 iniziai a scoprire le tante varietà dei colori. Sempre più attratto dai disegni dei bambini, dai paesi di mare, dalle raffigurazioni del Buongoverno di Lorenzetti o di Giotto ma soprattutto dai tanti colori della natura. In fondo, i colori sono universali, credo che il linguaggio dei colori sia comprensibile ovunque, non vada circoscritto a particolari culture o luoghi geografici. Questi furono i primi “progetti a colori” che segnarono lo spartiacque della mia professione: dal “bicromatismo” (mattone/intonaco chiaro) al “multicolore”. E da allora non ho più abbandonato l’architettura colorata. Sono nuovi “pezzi” di paese. Progettare complessi residenziali per decine di famiglie, vuol dire confrontarsi con molte individualità con ognuna una propria idea di casa, spesso contraddittoria a quella del vicino. Per questo, posi il vincolo che gli acquirenti avrebbero dovuto limitarsi a fornire le loro richieste in termini di superficie e di numero vani, cioè le loro richieste di necessità funzionali, niente più. Non intendevo permettere interferenze e sconfinamenti in materia a loro sconosciuta. Certo, li incontrai più volte nel mio studio, individualmente, per verificare la distribuzione degli spazi interni del loro alloggio “in nuce”, cercando di esaudire le loro richieste funzionali. Credo infatti che l’architettura, a idea mia, debba essere – come sempre stata nella storia – una risposta individuale ad una richiesta collettiva di necessità. E’ un’arte individuale, da prendere o lasciare. La partecipazione può limitarsi alla redazione del programma funzionale, se va oltre è pura demagogia. Anche in questi progetti cercai un filo d’unione tra la Tradizione e l’Innovazione, una sperata armonia tra linguaggio contemporaneo e tradizionale. Forse, chissà, quest’ultimo aspetto, qui, mi prese un po’ la mano.

Mauro Andreini. COMPLESSO RESIDENZIALE “Villaggio Albergheria”, Montalcino

Mauro Andreini. COMPLESSO RESIDENZIALE “Palazzolo”, S.Quirico d’Orcia

Palazzi di paese


Ci sono progetti che si affrontano con una buona dose di tranquillità, qualche volta anche con entusiasmo e leggerezza, altri invece dove predomina la preoccupazione di riuscire nel compito assegnato che appare da subito difficile. Quell’”angoscia da progetto” che davanti al luogo d’inserimento ti fa chiedere se ne sarai capace. Certo che in questi casi farebbe davvero comodo una esagerata dose di autostima o di insensato autocompiacimento. Credo che ogni atto del progettare cammini su due linee che dovrebbero idealmente incontrarsi e fondersi: quella delle aspirazioni e quella delle ispirazioni. Non sempre però le aspirazioni diventano ispirazioni, nonostante ogni architetto in cuor suo lo desideri. Per questo in certi casi sarebbe meglio farsi guidare dalla linea delle cose da evitare, senza forzare l’ispirazione. Che poi, in molti casi ed in molti progetti, sono proprio le cose da evitare che da sole accompagnano verso un risultato dignitoso, dove il buon uso dell’autocontrollo previene da incontrollati desideri di stupire e di meravigliare con “splendidi” colpi di lapis. Mi capita periodicamente di rivedere i miei progetti, anche a distanza di anni, con l’occhio dell’autocritica, tanto da farmi chiedere, per alcuni di loro, se ho fatto la cosa giusta. Ma poi lascio perdere perché è un gioco inutile e autolesionistico. Perché in fondo un rimorso o un rimpianto lo si troverebbe sempre. Questo caso specifico, stranamente, non mi ha lasciato particolari “sensi di colpa”, anzi. Non era per niente facile sfidare un terreno in forte pendio, con un alto indice di fabbricabilità che obbligava ad una imponente volumetria (forse più adatta alla città che al paese), nonché le esigenze del costruttore di far quadrare giustamente i conti. Ho solo cercato di “emulare” un pezzo di paese, con la piazzetta che accoglie sulla strada, il vicolo stretto e ripido che attraversa i due palazzi, la torre come segno riconoscibile. Su e giù per una dinamica di slarghi, scalinate e corridoi, punti di affaccio panoramici, terrazzamenti belvedere, dove tutti possano conoscersi e chiamarsi per nome.

Mauro Andreini. PALAZZI RESIDENZIALI, Montalcino

Unità d’abitazione rurale


Eravamo abituati, o forse lo siamo ancora, a veder crescere anche i paesi – oltre alle città – in periferie tutte uguali. Tutte pianificate dalla cosiddetta urbanistica delle campiture colorate. I complessi residenziali si insediavano in lottizzazioni dove veniva divisa l’area in tanti piccoli lotti edificabili, quasi sempre messi insieme senza alcuna connessione tra di loro. Così, ci portiamo addosso l’eredità di quello “scriteriato sviluppo” con case e palazzoni singoli, solo frutto di numeri asettici e freddi degli standards urbanistici. Non potevamo altro che assistere allo scempio delle aree “fuori porta”. L’unico mezzo a disposizione il diritto di critica a questo modo burocratico e “normativistico” del costruire. Capitò che la fortuna mi concesse la bella occasione di passare dalle parole ai fatti, dalle critiche alle proposte. Cercare di costruire un “tassello” antitetico a quel modo di fare e cercare di arrivare in fondo senza essere massacrato dalla burocrazia, dalla committenza e dal costruttore. Ma, d’altra parte, quello dell’architetto è un mestiere pieno di rischi. Mi venne abbastanza spontaneo di disporre tutte le case intorno ad un’ “aia urbanizzata”, ad una corte su tre livelli, per meglio aderire alla morfologia collinare. Ed altrettanto spontaneo insistere sul “bifrontalismo”, ad un fronte esterno omogeneo contrapporre un fronte interno diversificato ed eterogeneo. Fronti più articolati, spontanei, quasi casuali. cercando l’architettura “anonima”.

Mauro Andreini. CASE POPOLARI, Torrenieri

Casa “Trilogia”


A quel tempo la costruzione in mattoni a vista era molto in voga. Grandi opere in mattone, nazionali ed internazionali, riempivano libri e riviste di architettura, cosicché per spirito di emulazione, in molti aggiunsero nel loro pedigree almeno un edificio in mattoni. E così feci anch’io. Fino ad allora avevo sempre costruito edifici in parte in mattoni, in parte in pietra, in parte intonacati o solo intonacati e poi non ho mai amato molto gli edifici monocromatici. Certo, il mattone è senz’altro un materiale nobile che mette in risalto la forma con le sue trame ombreggiate, ma ho sempre preferito confrontarmi con i materiali più poveri, più disadorni. Comunque, volente o nolente, era giunta l’ora ed il posto giusto per confrontarmi con una costruzione tutta in mattoni a vista. Rimarrà la prima e la penultima (l’ultima un edificio residenziale a Siena nel 2000), dopodiché la mia definitiva conversione all’intonaco, come un patto di sangue, e alla vivace e forse allegra architettura multicolore. Come sapete non ho mai cercato di inventare niente di nuovo e infatti tutti i progetti che ho costruito sono stati ispirati dall’esistente, dalla storia, che poi ho trasformato e qualche volta trasfigurato in modo più moderno. C’è sempre un pezzo di storia che mi suggerisce qualcosa da rinnovare o reinterpretare, qui ho chiamato in mio soccorso la Capanna, la Loggia e le Torri, unite a formare l’insieme della casa pur mantenendo ognuna la propria autonomia formale ed estetica e diversità cromatica, ognuna con un proprio tipo di mattone. Da qui il nome CASA TRILOGIA, come un’opera lirica divisa in tre atti non consequenziali ma autonomi. Rammento le belle parole che Vittorio Savi usava per questa casa e quando capitava occasione la citava con indimenticabili, per me, gratificazioni, a cui seguirono poi diverse pubblicazioni. A quel tempo ero ancora un “giovane” architetto e quindi non disdegnavo di coltivare la mia “vanità”.

Mauro Andreini. VILLA BIFAMILIARE, Buonconvento

Casa “Bifronte”


Dopo tanti anni, sono ancora molto affezionato a questa casa. Forse uno dei pochi progetti che non modificherei, forse uno dei pochi che rifarei così come è venuto. Oggi continua a sembrarmi in linea con quanto mi ero prefisso, rinnovare la tradizione tipologica dell’architettura storica di base della mia terra toscana e fare qualcosa di inedito su suggerimento della storia locale stessa. Allora fu pubblicata su numerose riviste, a quel tempo ero un giovane architetto e mi piaceva pubblicare i progetti sulle riviste; come tutti gli architetti davo ampia libertà al mio “ego”. Ora invece non rincorro la visibilità, preferendo di gran lunga il silenzio operoso della provincia. Perché in provincia, si sa, oltre che pensare c’è anche molto da fare. Ho sempre perso poco tempo nel descrivere l’architettura, pensando allora (e tuttora) che l’architettura non abbia bisogno che di poche parole, tutto il resto è superfluo. Così mi limitavo a poche righe, come queste: “….nella casa Bifronte una parete centrale funge da pannello scenografico sul quale si addossano le case su entrambi i fronti, la cui logica è derivata dai fronti delle vie urbane medievali con diverse quote di gronda. Se percorrete l’antica via Cassia dalla Valdorcia a Siena, troverete molti piccoli borghi lineari con case allineate lungo la strada. Da queste strisce di case nasce il motivo ispiratore del progetto. Così la casa si propone, attraverso le sue facciate, come un’allusione o un’allegoria rievocativa di questi fronti stradali: le case a schiera si trasformano in stanze a schiera, ognuna con una propria e differente quota di gronda. In questa casa non c’è un fronte principale ed uno retrostante, qui le due facciate si equivalgono pur essendo diverse….”

Mauro Andreini. VILLA RURALE, Montalcino