Il Paesaggio siamo noi

Mauro Andreini. Nuovo insediamento nel paesaggio toscano


Credo che l’aspirazione di ogni architettura sia quella – col passsare del tempo – di diventare paesaggio.

Il paesaggio lo vedo come un insieme di “sottopaesaggi” che si sovrappongono e si stratificano. Non è identificabile nella sola essenza naturalistica o nel panorama, un modo piuttosto pittoresco e limitativo seppur di uso comune. Il paesaggio è percepibile con tutti e cinque i sensi, la vista del naturale e dell’artificiale, l’ascolto dei suoni del vento, dei fiumi e ruscelli, il profumo delle piante e della vegetazione, il tatto delle pietre, il gusto dei sapori del cibo e del vino, la lingua parlata, gli animali, gli umani e poi la sua storia. Tutto il resto lo fa il sesto senso. Il paesaggio lo vedo in continuo movimento, un’entità dinamica impossibile da immobilizzare. La natura e l’architettura sono un processo mai finito e che mai finirà. Anche l’architettura, come la natura, è un organismo vivente disponibile ai cambiamenti e alle trasformazioni, che ha persino la capacità di vivere anche da “morta”, sottoforma di rudere. Le forme e le funzioni sono continuamente sovvertite dal tempo. Credo che l’architettura non debba temere il paesaggio ed il paesaggio non debba temere la buona architettura. La storia ci mostra che tanta buona architettura si è insediata nei luoghi in un rapporto simbiotico e non mimetico, che non si è nascosta per un atto di desistenza dal confronto col paesaggio esistente.

Mauro Andreini. Una nuova borgata rurale in Toscana 

Nuova vita a vecchio capannone


Ci sono artigiani e piccoli imprenditori, forse la maggioranza, del tutto indifferenti all’architettura del loro luogo di lavoro, tanto da considerarla quasi superflua. Ci sono però (e meno male) artigiani e piccoli iimprenditori che dedicano attenzione e cura al loro luogo di lavoro, che non disdegnano la ricerca di qualcosa di diverso, forse di qualità o almeno di decenza estetica della propria fabbrica. Che aspirano ad un’immagine dignitosa e distinguibile del proprio “capannone”. Ho avuto la fortuna di incontrare uno di questi, che guarda oltre l’”utilitas” e che vede la spesa per l’architettura non voluttuosa ma necessaria. Da par mio, mi sono limitato a ristrutturare, ampliare e “ristilizzare” con l’aggiunta di una forma nuova al vecchio capannone. Il nuovo si appiccica al vecchio come un paguro all’attinia. Un volume nuovo per nascondere e convivere con il vecchio. Ma non è la descrizione del progetto che mi interessa in questa sede, lascio a voi ogni personale opinione. Sono dell’idea che – ognuno nel proprio piccolo ambito – potrebbe fare qualcosa per i propri posti di lavoro. E che crescano tanti piccoli Olivetti.

Mauro Andreini. Restyling e ampliamento capannone, Prato

Centro ricettivo polivalente


Proseguo in questa sintesi di “storia per pezzi”. Poi arriverò ai progetti attuali, a quelli inediti e a quelli attualmente in corso. Va da sè che tutto questo lo faccio per quei (pochi o tanti, non so) affezionati che leggono volentieri questi “pezzi di storia in questa storia a pezzi”. Cerco di raccontarvi questa breve storia professionale come racconti del caminetto, augurandomi di non assumere l’atteggiamento da imbonitore, antico vizio di molti architetti autocelebrativi nel descrivere quello che hanno fatto o che fanno. Sono contrario all’enfasi nella nostra professione, come fossimo dei pensatori privilegiati. Mi guardo intorno e vedo persone che fanno altri mestieri, anche più umili forse, e allora mi dico che in fondo il mestiere di architetto è un mestiere come un altro. Forse è un mestiere di poche parole, forse quelle in più sono del tutto superflue. C’è comunque anche chi ama il superfluo, lo rispetto. Quel pochissimo che ho da dire è che in questo progetto ho cercato un possibile futuro immaginato come la tradizione con infinite varianti. Il tutto in forme schematiche, una scarnificazione per arrivare all’osso, dettate da un’operazione di “riduzione all’essenziale”, per cercare forme pure, povere, quasi archetipiche. Sottrarre anziché aggiungere, per ambire all’auspicata semplicità. Non ci sono orpelli decorativi nè virtuosismi. Anche in architettura, come nella vita, vivo una continua lotta tra necessario e superfluo. Finora, ha quasi sempre vinto il necessario.

Mauro Andreini. CENTRO RICETTIVO POLIVALENTE, Firenze

Centro sociale


Immerso in una periferia urbana di palazzoni alti e alternati a palazzi sparsi ma con tanto verde intorno, sembra quasi un fuoriluogo, un oggetto estraneo. E infatti lo è. Ho provato a rapportarmi al contesto ma non ho trovato riferimenti, così sono andato avanti per un’altra strada. E pensare che in quasi tutti i miei progetti ho cercato una relazione d’inserimento analogico o tipologico locale. Ma, forse la coerenza è una virtù (se tale è considerata) che ogni tanto va interrotta. Ho così pensato un tassello nuovo, avulso dall’intorno, seppur destinato all’intorno. E nel pensarlo ho cercato di interpretare, perché ogni atto inventivo è, a idea mia, un’interpretazione rivolta al futuro.   Ho cercato forme schematiche ai limiti dell’elementare e dell’infantile, ripulite da ogni orpello, cose semplici che potessi comprendere io e far comprendere – se possibile – anche agli altri. Qualcosa di riconoscibile che ambisse a reggere meglio il peso del tempo. Poi, alla fine ho cercato quello che ho trovato, il resto è rimasto in mente. Così è nato questo edificio, dove nell’insieme coesistono e si intrecciano gli spazi di preghiera, di aggregazione sociale, di assistenza sociale, di svago, di ritrovo e di divertimento. Come un vecchio oratorio, come un isolato urbano, tutto tra sacro e profano, pronto in ogni momento a cambiare destinazione ed abitanti.  Come un collegamento di fatti singoli, come in un film di Fellini. Come detto tempo fa, mi capita periodicamente di rivedere i miei progetti, anche a distanza di anni, con l’occhio dell’autocritica, ma poi lascio perdere perché in fondo un rimorso o un rimpianto lo si troverebbe sempre. Questo caso specifico, stranamente, non mi ha lasciato particolari “sensi di colpa”, anzi. D’altra parte, in architettura, solo chi non costruisce ha il privilegio di non avere rimorsi.

Mauro Andreini. CENTRO SOCIALE, Bologna